A sinistra quadro di
Richard Mauri.
 
On the left
Richard Mauri Painting
.
 
 
 
   
 
Recensioni dal passato.

V. GAI, La voluta degli strumenti ad arco.
Considerazioni storiche. Istituto di Pa-
leografia Musicale, «Edizioni Torre
d'Orfeo», Roma 1988, pp. 54

Recensione di Piero Gargiulo

V. GAI, The valuta of stringed instru-
ments. Historical considerations, Istitu-
to di Paleografia Musicale, «Edizioni
Torre d'0rfeo», Rome 1988, pp. 54

Review by Piero Gargiulo

Inoltrato ad agili ed opportune finalità documentaristiche, questo breve profilo storico ha il pregio di stimolare alcune suggestive riflessioni sul rapporto tra le origini della voluta e le tecniche realizzati- ve ad essa inerenti in ambito strumentale. Presentando nelle pagine iniziali un utile glossario relativo alle più ricorrenti deno- minazioni in uso per le parti ubicate all'e- stremità superiore del manico degli archi e soffermandosi su alcuni termini che hanno talora propiziato un non sempre oculato impiego di sinonimi della voluta (chioccio- la, riccio, scartozzo, spirale), l'autore rivi- sita la singolare disputa affrontata da vari esperti di res aedificatoria e vòlta ad accer- tare il più o meno esplicito influsso della natura sugli elementi architettonici e pecu- liarmente su quella voluta ionica che in periodo umanistico-rinascimentale fu og- getto di così approfondito studio mirante a ricostruirne i più attendibili metodi di rea- lizzazione seguiti da greci e romani. Di qui il quesito ovviamente più specifico per l'ars instrumentalis nel suo voler appurare se e in che misura i liutai dalla fine del Quattro- cento in poi abbiano inteso ispirarsi al concreto riferimento della voluta ionica (e quindi assimilare una componente di sicura matrice artistica) o invece richiamarsi ad una pura quanto efficace imitazione della natura (e dunque plasmare la voluta dei loro strumenti ad una perfezione godibile ma esclusivamente geometrica). A suggerire un'eventuale e adeguata rispo- sta non è sufficiente una breve rassegna cronologica di testimonianze, comunque unanimi nell'avallo di un'indiscussa premi- nenza tecnico-estetica attribuibile alla vo- luta: perentori, tra gli altri, si offrono gli apprezzamenti di Forino («segno dell'ec- cellente fabbricazione di uno strumento»), Zanicr («coefficiente importantissimo di distinzione») e Meikus («riflette [...] la personalità e il gusto di un maestro»). Ma proprio per il riscontro di origini assai remote sia in natura (la voluta riconoscibile ad esempio in fossili datati 150 milioni di anni a. C.), sia in architettura (ove già individuato è il sussistere di volute di gran lunga anteriori a quelle universalmente famose dell'«0rdine ionico»), è impercorribile la via di un assunto che consenta di attestare con certezza la figura del liutaio cultore di procedimenti geometrici desunti da insigni fonti di studio (Archimede, Vitruvio, Vignola) o fine csteta e acuto osservatore di capitelli (come ad esempio potrebbe essersi rivelato lo stesso Stradivari). A tale motivata constatazione, cui sento di concordare pienamente, giunge Gai, che ad epilogo del saggio riporta «a titolo per così dire indicativo» gli esiti di un'analisi fotogrammetrica riservata alle volute di tré violoncelli (Amati 1660, Senta 1667, Stradivari 1690). La descrizione dell'esperimento è offerta con dettagliato corredo illustrativo (pp. 43-51) a conclusione di un'ulteriore sequenza di riproduzioni (pp. 19-41) decisamente meritevoli di segnala- zione per il puntuale abbinamento agli esempi citati nel testo, così come è lecito evidenziare il cospicuo repertorio bibliografico quale strumento essenziale di consultazione per gli studiosi di organologia.

In addition to useful documentary purposes, this brief historical profile also stimulates certain interesting reflections on the relationship between the origins of the scroll and the construction techniques inherent in an instrumental context. In the first pages Gai presents a useful glossary of the terms most often used for the upper extreme of the neck of stringed instruments, discussing in particular certain expressions that are not necessarily visually accurate synonyms for the "voluta" (snail, curl, scartozzo, spiral). He then returns to the singular dispute confronted by various experts of res aedificatoria and goes on to examine the more or less explicit influence of nature on the archettecto- nic aspects of the scroll, and in particular on the ionic voluta that in the humanistic period of the renaissance was the object of serious studies aimed at reconstructing the most reliable methods of construction used by the Greeks and the Romans. From here arises the obviously more specific question, for ars instrumentalis, as to cotrether the violin makers of the end of the 1400's consciously sought inspiration in the form of the ionic voluta (and therefore took on a measure of certain artistic reflection) or if, instead, they were calling on a pure but effective imitation of nature (that is, modelling the scroll of the instrument according to a pleasurable but perfectly geometric perfection). To arrive at the eventual and adequate answer requires more than a brief chronological ordering of statements, however unanimous they are in acclaiming an undis- puted predominance of technical-aesthetic nature accorded to the scroll: among others, the decisive comments of Forino ("the sign of the excellent construction of an instrument"), those of Zanier ("an extremely important sign of distinction") and those of Melkus ("reflects [...] the personality and the taste of the maestro"). But for the very reason that there exist such ancient natural origins of the scroll (such as that recognizable in fossils dated 150 thousand years B.C.) as well as in architecture (where it has already been proven that the scroll form is to be found much earlier than that of the universally famous "ordine ionico"), it is impossible to insist on the existence of violin makers who at the same time were scholars of geometric form according to famous theories. such as those of Archimedes, Vitruvio and Vignola, or who were accurate observers of capitelli (as Stradivarius might be revealed as having been). It is at this conclusion, with which I agree wholeheartedly, that Gai arrives. At the end of his essay he includes, "for purposes of demonstration", the results of photogrammetric analysis of the scrolls of three violoncellos (Amati 1660, Senta 1667, Stradivarius 1690). The experiment is described and extensively illustrated (p. 43-51) following a series of reproductions (p. 19-41) in themselves decidely worthy of notice for their careful agreement with the examples cited in the text. The extensive bibliography is also an invaluable aid for any student of musical instruments.

 
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